(Si consiglia questo sottofondo durante la lettura.)
Sono qui.
Perché sono qui?
Mi trovo su una distesa d’erba secca. In un luogo che, da tre giorni, chiamiamo Lande dell’ Oblio.
Pomeriggio. Il sole sta tramontando dietro i monti che circondano quello che dovrebbe essere la piana del nostro sogno. Come accompagnamento sonoro, urla. Acute, grevi, strazianti. Squarciano il silenzio come un coltello affilato su un panno di lino. Urla terribili. Di dolore. E sangue. Tanto sangue. E’ sparso ovunque su questa piana maledetta dagli Immortali e dai quattro Dèi del Caos.
Dinanzi a me, i miei compagni.
E i miei colleghi Ingegneri.
E demoni. Un esercito demoniaco capitanato dalla ributtante figura del Massacratore dai tratti bestiali e dalla pelle porpora. I miei compagni muoiono. Vengono dilaniati, squartati, dissacrati. Le viscere vengono strappate a crudo dalle loro carni molli e sporche. Le loro teste rotolano lontane dai loro colli. I loro arti vengono spezzati. Uno ad uno. Lentamente. I loro nervi recisi. Tirati. E urlano. Urlano fino a scoppiare. Fino alla loro morte.
Sono paralizzata. Non riesco a muovermi. Vorrei fare qualcosa ma i miei muscoli non rispondono al mio volere. Mi volto. Vedo il nuovo prete e il pirata che, piuttosto che morire per mano dei demoni, preferiscono purificarsi con il fuoco generato da loro stessi. Si abbracciano. Prendono fuoco insieme. In quell’istante, mentre muoiono insieme, percepisco l’odore del pirata. Forse il fuoco è l’emanazione del suo potere magico che, lentamente, si è risvegliato.
Il pirata si chiamava Areon.
Avevamo qualcosa in comune. Un comune modo di vedere il mondo per quello che è. Lo sentivo vicino a me. Era come se avessi trovato qualcuno che, finalmente, potesse riuscire a capirmi. Mi ha confidato la sua storia e io gli ho confidato la mia. C’era sintonia. Il suo carattere disturbato mi affascinava. E ora, davanti alla sua fine, so il perché. Areon non fingeva di essere sano. Non fingeva che tutto andasse bene. Sentiva qualcosa di malvagio e lo manifestava apertamente. Lo disturbava. E non si nascondeva dietro una maschera di finto coraggio. Mostrava il suo disturbo, a tutti. Era vero. Puro. Reale.
Invece il nuovo prete, Mikhael, non mi è mai piaciuto. E’ odioso.
In cuor mio sono contenta che muoia.
Alle mie spalle arriva un corrotto. Mi colpisce due volte con la sua spada. Dolore. Crollo per terra. Sento il sapore del ferro. Vomito. Vedo uscire sangue dalla mia bocca. Alzo lo sguardo, la vista annebbiata. Intravedo la figura di una demone. Mi guarda, io tendo la mano verso di lei. Si avvicina a me. Era bella.
“Vuoi vivere o morire, Fiamma?”, mi chiede.
Io non so rispondere.
Torno indietro nel tempo.
Indietro, fino a quando non arrivo con la mente al momento in cui mi trovo davanti al mio sogno distrutto.
Sono al centro dell’arena, dinanzi al famoso Golem di Guglielmoni. L’avevo finalmente trovato. Quella meravigliosa macchina inventata dal geniale Marco Guglielmoni era stata, in qualche modo, riportata in quelle dannate Lande. Per me. Dentro di me lo sapevo. Lo speravo. L’avevo visto in azione pochi minuti prima. Il mio cuore era gonfio di gioia. Sentivo di avere tutto. Con quale metodo si poteva attivare un costrutto meccanico completamente automatizzato? Dovevo studiarlo. Dovevo impadronirmene. Era mio. Era stato messo lì apposta per me, per noi Ingegneri. Non potevo lasciarmelo sfuggire. Ho ricevuto il permesso dal Maestro per studiarlo personalmente. E ho rischiato la vita per arrivare nella medesima stanza della meravigliosa creatura. Nessuno mi avrebbe portata via da lì, ora che l’avevo visto. Nessuno.
Ma è stato un attimo. Solo un attimo. C’era voluto un misero istante per farmi portar via tutto ciò a cui tenevo. Tutto ciò per cui ero lì. I miei scopi. I miei desideri. Tutto.
Il Golem solleva un braccio, nonostante l’abbia pregato di fermarsi. Lo abbassa su di me. Mi colpisce violentemente il braccio sinistro. Mi manca il respiro. Vedo bianco ovunque. Ho sentito un “crack”, poi un dolore lancinante. Fitte per tutto il corpo, come se fossi stata punta da milioni di spille roventi. Ma non mi importava. Era lì, la mia meravigliosa creatura. Poteva farmi di tutto. L’amavo. Ero incantata da quell’essere. Completamente inebriata dalla sua architettura. Persa nella complessità dei legami dei suoi ingranaggi sempre in movimento. Non mi interessava più di nulla. Nulla di Harald e degli Immortali, della Chiesa e dei loro stupidi dogmi. Nulla del Caos, della minaccia avanzante, dei demoni e del pericolo di non ritornare più nel mondo reale. Avevo dinanzi a me tutto ciò che potevo desiderare. Potevano morire tutti, io ero felice.
Il Golem mi colpisce di nuovo. Stavolta mi sferra un pugno nello stomaco. Io non riesco a muovermi.
Cado per terra, sbatto la testa, perdo i sensi. Prima bianco, ora nero. Nel buio, sento che vengo sollevata di peso e trasportata altrove. Il suono meccanico degli ingranaggi si fa lievemente più distante. Vengo posata malamente per terra. Il terreno mi entra in bocca. Sento l’odore di Areon. Il suo calore.
“Fiamma! Non mollare, resisti!”
Voci di persone che entrano e gridano spaventate dinanzi al Golem. La voce di Aiace, entusiasta quanto me.
“Non toccate nulla di quel costrutto!”, supplica.
Ma i fedeli di Harald più sono tali e più sono stupidi.
Un ordine di distruzione immediata del mio Golem.
La voce imperiosa e insopportabile di padre Mikhael. E dopo segue la voce del nano Dwalin che urla: “Muori, maledetta creatura!”
E rumori di colpi molto forti contro il sacro metallo del marchingegno da noi Ingegneri tanto bramato. Posso immaginare, nel buio nel quale sono immersa, i suoi bellissimi arti andare in frantumi. Schegge di ferro che volano ovunque. Il tronco del Golem che si accascia al suolo. Il suo tonfo, la sua caduta. Perde i pezzi. Si spegne. Come me.
“No.. no!”, urla Aiace.
No… no…
I miei pensieri gli fanno da eco.
Una lacrima. Calda. La sento scorrere sul mio viso. E’ la mia. Mi bruciano gli occhi, nonostante li tenga ancora chiusi. Il dolore si fa sempre più lontano. Sento che qualcuno mi sta curando. Ho odiato quei minuti di impotenza, lontana dal mio sogno e dagli idioti che lo stavano disintegrando. Stavano massacrando il mio Golem e io non potevo fare nulla per fermarli. Nulla. Un dolore più grande mi stringe la gola.
Si chiama disperazione.
Vengo curata in malo modo. Non posso più muovere il braccio.
Quando riapro gli occhi, vedo Areon accanto a me. Anche lui riposa. E’ stanco.
I miei colleghi… non li vedo più.
Abbasso lo sguardo ai miei piedi. Diletta dorme. E’ stata colpita. Sta riposando anche lei, bendata in modo grezzo e rude. Silvanus è sparito. La mia piccola Deli… che le hanno fatto? Che le abbiamo fatto?
Mi rialzo. Mi fa male tutto. Ogni fibra del mio corpo.
Zoppicando, mi avvio verso l’arena. Mi rendo conto di essere in un corridoio stretto e lungo. Supero Dante e Lazzero che per fortuna stanno bene. Arrivo. La luce del sole mi colpisce. Devo metterci un po’ di tempo per riabituare la mia vista. Mi guardo attorno: ancora morti, feriti, curatori che corrono da una parte all’altra, i sopravvissuti che bevono faticosamente acqua.
Ai miei piedi c’è Aiace.
Mi avvicino.
Mi inginocchio dinanzi a lui.
Lo accarezzo.
E’ freddo.
Sollevo di poco lo sguardo da lui. Rimango paralizzata. Il Golem, proprio davanti a me, è stato distrutto. Il complicato meccanismo che lo animava è andato in frantumi. Cerco Dwalin. Lo vedo che si sta riposando con il martello in mano.
Vorrei ucciderlo. Vorrei avere la forza di strappargli dalle mani quel fottuto martello e spaccarglielo in testa fino a scoprire il suo cranio e quel poco di cervella che ha sempre avuto. Vorrei vederlo vomitare sangue e macchiargli l’orrenda e puzzolente barba da nano. Lo odio. Ha distrutto i miei sogni. Ha distrutto tutto in preda ad una paura insensata.
Mi avvicino al Golem. Lo guardo. A lungo.
E’ completamente perduto.
Come la mia anima.
“Il mio Golem…”
Mi viene da piangere.
“… hanno distrutto il mio Golem…”
Mi accascio sulle ginocchia. Le mani per terra. Poi sulla superficie ferrosa del tronco del meraviglioso costrutto. Inizio a singhiozzare. Non me ne frega più niente se gli altri mi guardano piangere. Ho chiuso con le buone maniere. Ho perso tutto. Mi hanno portato via tutto. Non ho più niente da proteggere. Niente per cui vale più la pena di essere lì, dove sono.
Perché sono qui?
Dove sono?
“E’ finita… è tutto finito…”
E’ finita…
“Credi?”
Nonostante non abbia parlato, la demone sembra avermi capita comunque.
E’ di nuovo davanti a me. Sono di nuovo nel presente.
“Lo credi davvero, Fiamma?”
Non riuscivo più a parlare da quando il Massacratore mi aveva strappato le corde vocali con una forza inaudita, uccidendomi all’istante. Ero ritornata alla vita solo perché Alaundo mi aveva concesso la grazia di una nuova possibilità di riscatto. Senza il dono della parola ma di nuovo in vita. Ma io non lo volevo. Io volevo altro. Il Golem. Volevo il Golem. La sua sagoma era impressa nella mia mente. Il suono dei suoi ingranaggi meccanici sprigionato ad ogni movimento martellava nella mia testa.
Guardo oltre la demone. Erano tutti morti. Tutti nelle loro pozze di sangue. Odore di carne putrefatta e di sangue rappreso. Mi viene la nausea. Voglio vomitare di nuovo ma non ho più niente da espellere.
Voglio morire e non tornare più alla vita.
“E lasciare che le cose finiscano così? Ne sei davvero sicura?”
La guardo. Sgrano gli occhi. E’ come se riesca ad intendere i miei pensieri.
Abbasso lo sguardo.
Io… non lo so.
“Guardati attorno.”
Lo faccio. Nulla di vivo attorno a me. Se non l’esercito di demoni. E Diletta. Diletta non era stata toccata!
“Lei è una di noi. Ecco perché è salva.”
E Areon? E Aiace, Dante, Lazzero, Selvaggia, Minuil, Frippi, Silvanus..?
Vedo due corpi carbonizzati. Riconosco le vesti arancio del pirata sopra la figura del prete.
No…
“Non ritorneranno più.”
Stringo i pugni. Mi sento le forze venir meno.
“Ti interessa davvero così tanto?”
E tutti gli altri?
“Morti. Tranne i tuoi fratelli. Sai perché.”
Lo so davvero?
Non ho più niente. Sono sola. E’ finita. Finita…
“Non è vero. E lo sai. Ci piaci, Fiamma. Vogliamo concederti il beneficio della scelta.”
So già cosa mi doveva chiedere. So già anche la mia risposta. Ma attendo ugualmente. Per divertimento. Per gusto. Perché ormai sento di non aver più nulla da perdere.
“Noi sappiamo cosa vuoi. Tu desideri la conoscenza. Per te la conoscenza è il potere, è vita. Schierati dalla nostra parte, Ingegner De Rubeis. E ti doneremo la vita. Non quella che ti ha donato fino ad ora Alaundo, quella che muove le tue carni e basta. Noi ti offriamo la vita che desideri, quella vera. Ti daremo la conoscenza. Avrai il potere che hai sempre sognato di avere e che la stolta Chiesa si è sempre rifiutata di riconoscerti. Avrai la conoscenza che hai sempre desiderato. Nessun limite. Nessun dogma. Solo tu e la tua mente. Una cosa sola.”
Con un ampio gesto del braccio, porta la mia attenzione al panorama alle sue spalle.
Morti. Sudore. Sangue. Membra. Arti sparsi. Toraci trafitti. E Diletta che cammina tranquilla macchiandosi le sue scarpe di sangue e fango. Sorride. Un sorriso sinistro, disturbato. Non l’ho mai vista così.
Puzza di stantìo. Nessuna traccia dei miei colleghi.
Deli…
“Noi abbiamo già vinto. I fedeli del falso Immortale sono tutti morti. Tutti. Hanno già scelto la loro via, ed essa li ha portati alla loro fine. Tu puoi ancora scegliere. Cosa desideri, Fiamma? La morte assieme al resto dei fedeli di Harald o la vita con il Caos? Vuoi pascolare insieme a quelle pecore in attesa di essere mangiate dal lupo purpureo o vuoi vivere da predatrice? Devi solo recitare nel tuo cuore che vuoi vivere. Che vuoi votarti al nostro signore Slaanesh, il Rivelatore. In cambio avrai tutta la conoscenza che desideri. Nessuno ti potrà più fermare. Nessuno.”
Nessuno?
No.
Non mi interessa la sola conoscenza.
Non mi interessa la sola vita.
Io voglio continuare ad inventare.
La scienza è la mia vita. E il progresso. Il mio.
Non Harald. Non il Caos. Quelle sono fandonie. Influenze metafisiche di un mondo già corrotto da chi lo popola. Siamo noi, il vero Caos. Siamo solo noi.
Io voglio il Golem.
Voglio il Golem.
“… e lo avrai.”, mi dice la demonessa.
La guardo. Gli occhi lucidi dal dolore, dal sudore, dalla luce troppo forte.
“Ne costruirai uno tutto per te. Ti daremo i mezzi per farlo. Sarà tuo. Ti fonderai con lui. E nessuno te lo porterà più via. Sarà la tua creatura. Per l’eternità.”
Sento formicolarmi le braccia. Chiudo gli occhi.
Sono di nuovo nel passato, davanti al Golem distrutto.
Sono di nuovo a terra, le mani poggiate sulla superficie di ferro mentre piango la mia inconsolabile perdita. Sento un eco lontano: le parole di padre Mikhael intente nel formulare l’ennesima predica. Non mi giungono. Non le sento mie. Non mi interessano, lo lascio parlare per non avere grane ma nel mio cuore penso che sia un uomo molto stupido e che dice cose stupide.
Sono di nuovo seduta sull’erba con Diletta e Dante al mio fianco.
Sento di nuovo la voce atona di mia sorella.
“Gli altri sono cattivi – dice con innocenza – Non ci apprezzano, non ci aiutano, non ci stimano. Sono stupidi. Gli stupidi non meritano di essere aiutati.”
Sento che Dante carica la sua pistola. Guarda Diletta. So già cosa vuole fare ma non ho la forza di fermarlo. Fra poco gliela punterà in gola e premerà il grilletto. E io non mi muovo.
Sono davanti al Patriarca, in taverna.
“Non mi ascoltano – dice il vecchio – E io ora sono impotente, ho rinunciato a tutti i miei poteri, a tutti i miei titoli nobiliari. Ora sono un semplice vecchio. Più che aiutarli con i miei umili consigli, non posso far null’ altro. Il loro cammino devono costruirselo da soli.”
Guardo l’esile vecchio privo dei suoi anelli e penso che sia un uomo molto saggio.
Rifletto su quanto appariamo come un branco di inette pecore che non sanno collaborare tra loro. O non vogliono farlo.
Sento l’odore di bruciato di Areon.
Sento il mio odio pulsare nelle mie vene.
Sento la rabbia che vorrei sfogare sull’ odioso padre Mikhael o su quel bastardo di Dwalin Gemmanera.
Sento la disperazione che ho provato nel non avere più niente.
Sento la gioia che ho provato davanti al Golem animato.
La sensazione di avere tutto.
La sensazione di completezza.
Completezza. Consapevolezza.
Non desidero più nient’altro.
“Ecco. E’ quello il tuo vero cuore.”
Apro gli occhi.
Guardo la demone che a sua volta guarda me. Mi raccoglie da terra. Io la lascio fare.
Mi porta davanti al suo signore. Il Massacratore: mostruoso, spaventosamente forte. Potente. Vivo.
Sento i miei vestiti bagnati. Sanguino. Le forze mi stanno per abbandonare del tutto.
La voce della demone che dice al suo padrone: “Lei vuole diventare una di noi. Marchiatela.”
Il Massacratore mi scruta. Io non mi muovo.
Il suo sguardo pieno d’odio incontra il mio, disperato e perso. Eppure non più spaventato.
“Vieni”, mi ordina.
La demone mi spinge dinanzi a lui. Cado in ginocchio. Non abbasso mai lo sguardo da lui. Non ci riesco.
Il braccio del Signore Oscuro si allunga, la sua mano si posa sulla mia fronte.
E la sento bruciare.
Un bruciore lancinante.
Apro la bocca per urlare, dimentica di essere muta, ma non mi esce alcun suono.
Cado in un abisso buio e profondo mentre fuochi neri mi divorano.
Agonia estrema. Il tempo smette di esistere. La luce svanisce. Non ritornerà più, già lo so.
Rabbia odio disprezzo rancore fastidio insofferenza tristezza vuoto depressione intolleranza vendetta.
Vendetta, vendetta, vendetta.
Vendetta nei confronti della Chiesa che si è sempre dimostrata bigotta dinanzi alla Scienza.
Vendetta nei confronti di Harald che non ha mai fatto nulla per me.
Vendetta nei confronti dei dogmi menzogneri con cui siamo stati costretti a crescere.
Vendetta nei confronti del Concilio dei Docenti della nostra Scuola di Ingegneria Imperiale di Miragliano che, un anno prima, ci ha cacciato dalla sede perché troppo intimoriti dal nostro operato. E ironicamente troppo restia e troppo eticamente imbrigliata nei confronti del progresso.
Vendetta nei confronti dell’ Inquisizione che ha bruciato sul rogo un uomo di scienza come Eldon Firnafil.
Vendetta nei miei confronti che l’ho lasciato fare.
Vendetta nei confronti di chi vive nell’ombra della paura e dell’ignoranza.
Vendetta nei confronti di chi non ha mai visto la luce. Quella vera.
La luce della Sapienza. La luce della Verità.
Odio.
Odio nei confronti di Padre Mikhael che ha lasciato che quel pazzo di Dwalin distruggesse il mio Golem.
Odio nei confronti di chi si è dimostrato sempre ostile a noi Ingegneri. Di chi ci chiamava “quelli vestiti strano”, anziché “uomini di scienza”. Odio profondo, bruciante, intenso. Oscuro.
Dopo un’ eternità il mio tormento si placa.
Ho freddo.
Ma non ho più paura.
La paura si fa via via sempre più piccola, sempre più insignificante.
La paura viene completamente sostituita dalla consapevolezza.
La consapevolezza mi fa risalire dal precipizio della follia.
Le mie mani bruciano, avvolte in fiamme nere che non mi fanno più male.
Le mie membra vanno a fuoco.
La mia anima sussulta: è torbida, affamata.
Nuove nozioni si formano all’interno della mia mente.
E’ la conoscenza che ho sempre desiderato. Mi divora. Mi fa sua.
Respiro. L’aria torbida e satura di polveri entra nei miei polmoni.
La puzza di putrefazione, di morte e di sangue rappreso non mi disgusta più. Anzi, mi piace. Mi inebria.
Mi guardo attorno. Il mio nuovo mondo è distorto, ombroso, caotico. Non v’è più luce, solo ombre. Vedo mostri e orrende creature ovunque ma non le sento più mie nemiche. Le ombre sono mie alleate.
Vedo le mie mani che bruciano ancora.
Mi sento sporca, sbagliata, violata. Ma non me ne dispiaccio più. Anzi, mi sento appagata.
Una volta che abbiamo toccato il fondo, non abbiamo più nulla da temere da nessuno.
Mi sento più forte, più viva. A mio agio nel mio nuovo e mostruoso mondo.
E quando il Signore Oscuro finisce di marchiarmi, io rinasco a nuova vita.
Mi sento ridere. Mi è tornata la voce. Un ulteriore dono del mio nuovo Oscuro Signore.
Raggiungo a passi lenti ma leggeri le demoni. Le mie nuove compagne.
Esse mi accolgono. Mi abbracciano.
“Benvenuta!”, mi dicono.
Calpesto anche io pozze di sangue e fango.
Poco lontano da me, Diletta mi guarda. Capisce. Mi sorride.
Io le sorrido a mia volta, cingendo la vita della demone dai capelli blu e porgendo la mano alla Contessa di Lavteria che ora mi si rivela nella sua natura vampirica.
Sono rinata.
Ecco perché sono qui.
Una nuova, oscura Fiamma.
Nel nome e nell’anima.
(di Flavia S.)